Poiché l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei disastri minacciano i siti storici di tutto il mondo, è urgente trovare nuovi modi per comprendere, preservare e adattare questi luoghi.
Il futuro del passato: quando il patrimonio culturale incontra il cambiamento climatico Thijs Weststeijn Polity (2026)
Nel 2019, un’alluvione senza precedenti a Venezia ha sommerso oltre l’80% del centro storico, spingendo l’Italia a dichiarare lo stato di emergenza. Nello stesso anno, e nel 2025, gli incendi in California hanno bruciato migliaia di ettari di terreno. Le fiamme si sono avvicinate pericolosamente alla Getty Villa, un museo di Los Angeles che ospita una delle più importanti collezioni al mondo di arte greca e romana antica.
Questi episodi illustrano una realtà preoccupante: i siti del patrimonio culturale, un tempo considerati testimonianze durature delle conquiste umane, sono sempre più vulnerabili ai disastri causati dai cambiamenti climatici. L’idea che le più grandi conquiste dell’umanità siano ora minacciate dai nostri stessi fallimenti è un tema ricorrente nell’ultimo libro dello storico dell’arte Thijs Weststeijn. ” Il futuro del passato” offre un’introduzione attuale e accessibile alla crescente tensione tra la conservazione del patrimonio e un clima in rapida evoluzione.
Weststeijn illustra la portata della sfida esaminando siti culturali e storici in tutto il mondo sempre più esposti alle pressioni climatiche, che vanno dallo scioglimento del permafrost all’innalzamento del livello del mare. Un esempio lampante sono i Moai, le monumentali figure di pietra di Rapa Nui (nota anche come Isola di Pasqua), molte delle quali si ergono lungo la costa e sono minacciate dall’erosione e dall’avanzare delle acque. Più in generale, Weststeijn mette in luce un paradosso ricorrente. Società che un tempo dipendevano dal mare per la mobilità, il commercio e lo scambio culturale, come quelle della costa swahili nell’Africa orientale, vedono ora i loro siti storici minacciati dall’innalzamento degli oceani e dall’instabilità costiera. Gli stessi ambienti che hanno permesso a queste culture di prosperare stanno diventando fonti di rischio.
Origini dell’UNESCO
Accanto a questi casi di studio, Weststeijn colloca la discussione in una più ampia storia intellettuale del patrimonio stesso. Traccia le origini di concetti chiave come “patrimonio mondiale” – un termine usato dall’UNESCO, l’organizzazione culturale delle Nazioni Unite, per designare i luoghi sulla Terra di eccezionale valore universale per l’umanità – e mostra come essi siano emersi principalmente da schemi mentali occidentali ed eurocentrici. Ciò è evidente nella sua ricostruzione della fondazione dell’UNESCO nel 1945, dopo che la distruzione di monumenti e opere d’arte durante la Seconda Guerra Mondiale spinse la comunità internazionale a identificare, valorizzare e proteggere tali siti. Sostiene che, sebbene questo quadro di riferimento sia stato influente, può anche limitare la nostra comprensione e la nostra risposta alla perdita culturale in un clima in rapida evoluzione.
Un altro concetto che Weststeijn mette in evidenza è la “solastalgia”, una parola legata alla nostalgia, che descrive la tensione emotiva derivante dall’assistere al cambiamento o al deterioramento del proprio ambiente. Utilizzata da The Lancet nel 2015, offre un modo per comprendere il costo psicologico del cambiamento climatico, ampliando il concetto di patrimonio oltre i siti fisici per includere l’esperienza vissuta e il senso di appartenenza al luogo ( N. Watts et al. Lancet 386 , 1861–1914; 2015 ).

La discussione su concezioni alternative di significato culturale getta le basi per un’esplorazione più sfumata di temi emotivamente rilevanti, come il riutilizzo adattivo dei siti storici, in cui i luoghi potrebbero essere modificati o riadattati per mantenerne la rilevanza e garantirne la sopravvivenza. Al centro di queste discussioni c’è la difficile questione di quali siti del patrimonio debbano essere prioritariamente tutelati, mentre altri rischiano di andare perduti. “Il concetto stesso di patrimonio necessita quindi di una revisione, ora che la possibilità di tramandarlo alle generazioni future non può più essere data per scontata”, scrive Weststeijn.
Promuovere azioni per il clima
Un tema ricorrente nel libro di Weststeijn è che la cultura e il patrimonio offrono una potente lente attraverso cui comprendere – e affrontare – la crisi climatica. Come suggerisce l’autore, esiste un profondo bisogno di “luoghi fisici a cui possiamo legare le storie che vogliamo raccontarci”, sottolineando il potere comunicativo dei siti del patrimonio culturale nel plasmare la consapevolezza pubblica e nell’ispirare azioni per il clima.
In quanto luoghi carichi di significato emotivo, i siti del patrimonio culturale offrono un senso di continuità e stabilità in un mondo sempre più instabile, il che rende la loro perdita ancora più dolorosa. Sebbene i lettori al di fuori dell’Europa possano trovare limitata la focalizzazione del libro sui siti prevalentemente europei, la tesi di Weststeijn, secondo cui questi luoghi fungono da proverbiali canarini nella miniera di carbone, è convincente. La loro vulnerabilità funge da segnale di allarme precoce dei rischi più ampi che i siti del patrimonio culturale devono affrontare a livello globale.
I passaggi del libro che attingono alla storia olandese e all’eredità coloniale sono particolarmente avvincenti, e riflettono la solida formazione intellettuale e culturale dell’autore. Tra i contributi più significativi del libro spicca l’analisi critica del ruolo della cultura – in particolare delle istituzioni culturali dell’Europa occidentale – nel plasmare la narrazione sul clima. Weststeijn non esita a tracciare i legami tra patrimonio culturale e industrie dei combustibili fossili, dalle collezioni museali costruite sulla ricchezza derivante dalla petrolchimica alle sponsorizzazioni in corso che ne riflettono le origini.
La questione di come il settore del patrimonio culturale affronti le perdite e i danni, in particolare quelli non economici, rimane estremamente complessa. Le risposte internazionali prevalenti, spesso basate sul risarcimento finanziario, possono apparire inadeguate o persino insensibili quando si tratta di forme di patrimonio il cui valore non può essere quantificato in modo significativo. Weststeijn sostiene che tali sfide richiedano un ripensamento più radicale.
Nelle sezioni conclusive del libro, Weststeijn propone tre possibili soluzioni: trasformazione, digitalizzazione e ricostruzione. Per la trasformazione, si rifà a tradizioni come la ricostruzione rituale del santuario di Ise in Giappone, che avviene ogni 20 anni. Questo viene fatto per preservare la continuità culturale attraverso il rinnovamento, piuttosto che per la permanenza materiale. Presenta la digitalizzazione sia come un’opportunità che come un rischio: sebbene progetti come le registrazioni 3D dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan ne abbiano permesso la conservazione e la documentazione digitale, i surrogati digitali non possono replicare completamente l’esperienza corporea della visita a un luogo. In definitiva, questi approcci sollevano interrogativi irrisolti sull’equità e sulla libertà di scelta: chi ha le risorse per salvare il proprio patrimonio? E come decidiamo cosa preservare e cosa perdere?
Uno dei principali limiti del libro è la sua focalizzazione sul patrimonio storico. Questo aspetto stride con la visione altrimenti adattiva della cultura di Weststeijn, che riconosce i diversi modi in cui le persone valorizzano il loro rapporto con l’ambiente e l’importanza dell’artigianato e delle pratiche tradizionali di conservazione. Tuttavia, sebbene vengano prese in considerazione le esperienze di vita delle comunità che vivono intorno ai siti del patrimonio, il libro dedica meno attenzione al patrimonio culturale immateriale, come le tradizioni orali, i rituali e le pratiche, in particolare quelle sempre più minacciate dagli spostamenti e dalle migrazioni causati dai cambiamenti climatici. Per un’analisi più approfondita di questi temi, i lettori potrebbero consultare un rapporto del 2019 del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti (vedi go.nature.com/4edmtgv ).
Sebbene “Il futuro del passato” rappresenti un contributo prezioso a un dibattito sempre più necessario, la sua attenzione principale al patrimonio storico lo presenta come una vittima passiva della crisi climatica. Eppure il patrimonio non è né statico né impotente: è una forza dinamica e attiva nel plasmare le risposte ai cambiamenti ambientali.